René Guénon, Oriente e Occidente (1924)
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Rudyard Kipling scrisse un giorno queste parole: "East
is East and West is West, and never the twain shall meet, L'Oriente è l'Oriente
e l'Occidente è l'Occidente, e i due mai s'incontreranno". Vero è
che, nel seguito del testo, egli modifica la sua affermazione, ammettendo che
"la differenza scompare quando due uomini forti si trovino a faccia a
faccia, dopo essere venuti dalle estremità della terra"; in realtà anche
questa precisazione non è del tutto soddisfacente, perché è ben poco probabile
che così dicendo egli abbia pensato ad una "forza" di ordine
spirituale. Comunque sia, l'abitudine è di citare isolatamente il primo verso,
come se tutto ciò che rimane nel pensiero del lettore fosse l'idea della
differenza insormontabile che esso esprime; indubbiamente quest'idea
rappresenta l'opinione della maggior parte degli Europei, e si sente in essa
affiorare tutta la stizza del conquistatore costretto ad ammettere che coloro
che crede di aver vinto e sottomesso portano in sé qualcosa su cui egli non può
aver presa. Ma, qualunque sia il sentimento che ha dato origine a una tale
opinione, quel che ci interessa innanzi tutto è sapere se essa sia fondata, o
in quale misura lo è. Certamente, se si considera lo stato attuale delle cose,
si trovano molteplici indizi che sembrano giustificarla; e tuttavia se noi la condividessimo
completamente, se pensassimo che nessun avvicinamento è possibile né mai lo
sarà, non avremmo intrapreso a scrivere questo libro.
Forse più di chiunque altro noi abbiamo coscienza di tutta
la distanza che separa l'Oriente dall'Occidente, soprattutto dall'Occidente
moderno; del resto, nella nostra Introduzione generale allo studio delle
dottrine indù, abbiamo particolarmente insistito sulle differenze, a tal punto
che qualcuno ha potuto pensare a una certa esagerazione. Siamo tuttavia persuasi
di non aver detto nulla che non sia rigorosamente esatto; nello stesso tempo
abbiamo però preso in considerazione, nella conclusione del nostro studio, le
condizioni di un riavvicinamento intellettuale, il quale, pur se verosimilmente
abbastanza lontano, ci appariva ciò nonostante possibile. Se allora ci
pronunciammo contro le false assimilazioni tentate da certi Occidentali, è
proprio perché esse sono uno del principali ostacoli che si oppongono a questo
riavvicinamento; quando si parte da una concezione erronea, sovente i risultati
sono opposti al fine che ci si era proposto. Rifiutandosi di vedere le cose
come sono e di riconoscere certe differenze attualmente irriducibili, ci si
condanna a non comprendere nulla della mentalità orientale, e in tal modo non
si fa che aggravare e perpetuare i malintesi, mentre, al contrario,
bisognerebbe prima di tutto cercare di dissiparli. Fintanto che gli Occidentali
immagineranno che esista un solo tipo di umanità e non ci sia che una sola
"civiltà", a diversi gradi di sviluppo, nessuna intesa sarà mai
possibile. La verità è che esistono molteplici civiltà, le quali si sono
sviluppate in direzioni molto differenti, e che la civiltà dell'Occidente
moderno presenta caratteri tali da far di essa un'eccezione piuttosto singolare.
Non si dovrebbe mai parlare di superiorità o di inferiorità,
in senso assoluto, senza precisare da quale punto di vista si considerano le
cose che si intendono confrontare; ammesso che effettivamente esse siano
comparabili. Non esiste una civiltà superiore alle altre sotto tutti gli
aspetti, e ciò sia perché non è possibile all'uomo sviluppare la propria
attività in modo uguale e contemporaneamente in tutte le direzioni, sia perché
esistono sviluppi che si dimostrano veramente incompatibili, è però lecito
pensare che una certa gerarchia debba essere rispettata, e che le cose di
carattere intellettuale, per esempio, valgano più di quelle di ordine
materiale; se così è, una civiltà che si dimostri inferiore nel riguardi delle
prime, quando pur sia incontestabilmente superiore dal secondo punto di vista,
si troverà sempre ad essere svantaggiata nell'insieme, qualunque siano le
apparenze esteriori: è questo il caso della civiltà occidentale quando sia
messa a confronto con le civiltà orientali. Sappiamo perfettamente che questo
modo di vedere infastidisce la gran maggioranza degli Occidentali, contrario
com'è a tutti i loro pregiudizi; ma, a parte ogni questione di superiorità,
essi saranno almeno disposti ad ammettere che le cose a cui attribuiscono
l'importanza più grande non necessariamente interessano tutti gli uomini nella
stessa misura, che certuni possono anche considerarle come completamente
trascurabili, e che si può dar prova d'intelligenza in altri modi oltre che
costruendo delle macchine. Sarebbe già qualcosa se gli Europei arrivassero a
capire questo e si comportassero di conseguenza; le loro relazioni con gli
altri popoli ne risulterebbero un poco modificate, e in modo grandemente
vantaggioso per tutti.
Questo è però soltanto l'aspetto più esteriore della
questione: se gli Occidentali riconoscessero che non tutto, nelle altre
civiltà, è necessariamente da disprezzare per l'unica ragione che esse sono
differenti dalla propria, nulla più impedirebbe loro di studiare queste civiltà
nel modo giusto, senza il partito preso, cioè, di denigrarle, e senza ostilità
preconcetta; grazie a uno studio di questo genere taluni di essi non
tarderebbero forse ad accorgersi di tutto quel che manca a loro stessi,
soprattutto da un punto di vista puramente intellettuale. Presupponiamo
naturalmente che costoro sarebbero stati in grado di pervenire, almeno in una
certa misura, alla comprensione vera dello spirito delle diverse civiltà, ciò
che richiede ben altro che lavori di semplice erudizione; indubbiamente non
tutti sono atti a tale comprensione, ma se qualcuno lo fosse, come pare
nonostante tutto probabile, ciò potrebbe essere sufficiente per condurre presto
o tardi a risultati inestimabili. Già abbiamo fatto allusione alla funzione che
potrebbe avere un'élite intellettuale se essa giungesse a costituirsi nel mondo
occidentale, nel quale agirebbe a modo di "fermento" per preparare e
dirigere nel senso più favorevole una trasformazione mentale che un giorno o
l'altro, si voglia o no, diventerà inevitabile. Alcuni, del resto, cominciano a
sentire più o meno confusamente che le cose non possono continuare
indefinitamente ad andare nel senso in cui vanno, e addirittura a parlare di un
"fallimento" della civiltà occidentale come di una possibilità, cosa
che solo pochi anni fa nessuno avrebbe osato fare; sennonché le vere cause che
possono provocare questo fallimento sembrano ancora sfuggir loro in gran parte.
Poiché queste cause sono precisamente, nello stesso tempo, quelle che
impediscono ogni intesa tra l'Oriente e l'Occidente, dalla loro conoscenza si
potrà trarre un doppio beneficio: lavorare a preparare questa intesa sarà anche
sforzarsi per evitare le catastrofi da cui l'Occidente è minacciato per colpa
propria; i due fini sono molto più strettamente collegati di quanto si potrebbe
credere.
Denunciare gli errori e le illusioni occidentali, come
abbiamo nuovamente intenzione di fare in primo luogo, non è dunque affatto
un'opera di critica vana e puramente negativa; le ragioni di questa attitudine
sono ben altrimenti profonde, né noi mettiamo in ciò alcuna intenzione
"satirica", che del resto si addirebbe assai poco al nostro
carattere; se qualcuno ha creduto di vedere qualcosa di simile nel nostro
atteggiamento si è singolarmente sbagliato. Da parte nostra, preferiremmo di gran
lunga non aver bisogno di dedicarci a questo lavoro piuttosto ingrato, e
poterci accontentare di esporre certe verità senza mai doverci preoccupare
delle interpretazioni false, le quali non fanno che complicare e imbrogliare le
questioni senza nessun costrutto; sennonché è indispensabile tener conto anche
di queste contingenze, giacché, se non cominciassimo con lo sbarazzare il
campo, tutto quel che abbiamo da dire rischierebbe di rimanere incompreso.
D'altra parte, anche quando sembri che ci limitiamo a eliminare errori o a
rispondere ad obiezioni, possiamo sempre trovare l'occasione di esporre cose
che hanno un'importanza realmente positiva; mostrare perché certi tentativi di
riavvicinamento fra Oriente e Occidente sono falliti, non è già forse, ad esempio,
far intravedere per contrasto le condizioni a cui una simile impresa sarebbe
invece suscettibile di successo? Speriamo perciò che le nostre intenzioni non
siano fraintese; e se non cerchiamo di dissimulare le difficoltà e gli
ostacoli, se al contrario insistiamo su di essi, ciò è dovuto al fatto che per
poterli appianare e superare bisogna prima di tutto conoscerli. Non possiamo
soffermarci su considerazioni troppo secondarie, né domandarci ciò che piacerà
o non piacerà ad ognuno; l'argomento che affrontiamo è ben altrimenti serio,
anche a volersi contenere a quelli che possiamo chiamare i suoi aspetti
esteriori, vale a dire a quanto non si riferisce all'ordine
dell'intellettualità pura.
In effetti, noi non intendiamo far qui un'esposizione
dottrinale, e ciò che diremo sarà in generale accessibile a un pubblico più
vasto di quello che le vedute espresse nella nostra Introduzione generale allo
studio delle dottrine indù hanno potuto raggiungere. Neppure quest'opera,
tuttavia, era stata scritta per pochi "specialisti"; se qualcuno è
stato in questo senso tratto in inganno dal suo titolo, è perché questi
argomenti sono abitualmente l'appannaggio di eruditi che li studiano in modo
piuttosto ostico e, ai nostri occhi, privo di vero interesse. Il nostro atteggiamento
è ben diverso: per noi si tratta essenzialmente, non di erudizione, ma di
comprensione, che è totalmente diverso; non è certo fra gli
"specialisti" che si hanno le maggiori probabilità d'incontrare le
possibilità di una comprensione estesa e profonda, al contrario; e salvo
rarissime eccezioni, non è su di loro che c'è da contare per formare
quell'élite intellettuale di cui abbiamo parlato. è probabile che taluni
abbiano giudicato un male il nostro attacco all'erudizione, o piuttosto ai suoi
abusi e ai suoi pericoli, pur se ci siamo astenuti accuratamente da tutto quel
che avrebbe potuto presentare i caratteri di una polemica; sennonché, una delle
ragioni per le quali abbiamo condotto questo attacco, è precisamente che
l'erudizione, con i suoi metodi speciali, ha l'effetto di distogliere da
determinate cose proprio coloro che sarebbero più capaci di comprenderle. Molti
infatti, vedendo che si tratta di dottrine indù e pensando subito al lavoro di
qualche orientalista, immaginano che "non è pane per i loro denti";
ora, fra costoro vi sono certamente degli individui che hanno il torto più
completo a pensare in questo modo, e ai quali forse non occorrerebbero molti
sforzi per acquisire conoscenze che gli stessi orientalisti non hanno e non
avranno mai: una cosa è l'erudizione, un'altra il sapere reale, e anche se non
sempre i due sono incompatibili, non è affatto vero che essi siano
necessariamente solidali. Indubbiamente se l'erudizione acconsentisse a
contenersi nel compito ausiliario che deve normalmente competerle, non
troveremmo nulla a ridire, dal momento che con ciò stesso cesserebbe di essere
pericolosa, e anzi, potrebbe avere qualche utilità; entro questi confini
riconosceremmo molto volentieri il suo valore relativo. Ci sono casi in cui il "metodo
storico" è legittimo, e l'errore contro cui ci siamo dichiarati consiste
soltanto nel credere che esso sia applicabile a tutto, e nel voler trarre da
esso qualche cosa di diverso da ciò che può effettivamente dare; pensiamo di
aver dimostrato altrove1, senza con ciò esserci messi minimamente in
contraddizione con noi stessi, di essere capaci di applicare questo metodo
altrettanto bene quanto chiunque altro, quando ne sia il caso, e ciò dovrebbe
essere sufficiente a provare che non abbiamo nessun "partito preso"
contro di esso. Ogni questione deve essere trattata seguendo il metodo che
conviene alla sua natura; è un ben strano fenomeno questo, di cui l'Occidente
ci dà abitualmente spettacolo, d'una confusione di ordini diversi e di
differenti domini. Insomma, occorre saper mettere ogni cosa al suo posto, e noi
non abbiamo mai detto niente di diverso; sennonché, seguendo questa linea, ci
si accorge per forza che vi sono cose che possono essere soltanto secondarie e
subordinate nei confronti di altre, nonostante le manie
"ugualitaristiche" di certi nostri contemporanei; è per questo che
l'erudizione, anche quando presenti qualche valore, non può essere per noi che
un mezzo, e mai un fine in se stessa.
Queste spiegazioni ci sono parse necessarie per diverse
ragioni: prima di tutto, teniamo a dire quel che pensiamo nel modo più netto
possibile, tagliando corto con ogni malinteso, anche nel caso che questo sorga
nonostante le nostre precauzioni, ciò che è pressoché inevitabile. Pur
riconoscendosi generalmente la chiarezza dei nostri scritti, ci sono state
talvolta attribuite delle intenzioni che non abbiamo mai avuto; avremo qui
l'occasione di dissipare alcuni equivoci e di precisare certi punti sui quali
non ci eravamo forse sufficientemente spiegati. In secondo luogo: la diversità
degli argomenti che trattiamo nei nostri studi non compromette affatto l'unità
della concezione che vi presiede; teniamo anzi, in particolare,
all'affermazione espressa di questa unità, che potrebbe passare inosservata a
coloro che vedono le cose troppo in superficie. I nostri studi sono talmente
legati gli uni agli altri che per molti dei punti che toccheremo qui, avremmo
dovuto, ai fini di un'esposizione più completa, rimandare il lettore alle
indicazioni complementari che si trovano negli altri nostri scritti; questo
l'abbiamo fatto soltanto quando ci è parso strettamente indispensabile; per
tutti gli altri casi, ci accontenteremo di questo avvertimento dato una volta
per tutte e in modo generale, al fine di non importunare il lettore con
riferimenti troppo numerosi. Sempre in quest'ordine di idee, dobbiamo ancora
far notare che, anche quando non giudichiamo che sia il caso di dare
all'espressione del nostro pensiero una forma propriamente dottrinale, ciò non
impedisce che ci ispiriamo costantemente alle dottrine di cui abbiamo compreso
la verità: è lo studio delle dottrine orientali che ci ha permesso di scorgere
i difetti dell'Occidente e la falsità di un gran numero delle idee che hanno
corso nel mondo moderno; è in queste dottrine, e soltanto in esse, che abbiamo
trovato, come già ci è occorso di dire altrove, delle cose di cui l'Occidente
non ci ha mai offerto il minimo equivalente.
In quest'opera, come del resto nelle altre nostre, non
abbiamo assolutamente la pretesa di esaurire tutte le questioni che saremo
condotti ad esaminare; pensiamo che non ci possa venir rimproverato di non
scrivere tutto in un solo libro, ciò che, d'altra parte, sarebbe assolutamente
impossibile. Quel che ci accontenteremo di indicare qui, lo potremo forse riprendere
e spiegare più completamente altrove, se le circostanze ce lo permetteranno; se
ciò non si avvererà, quel che ne avremo detto potrà almeno suggerire ad altri
delle riflessioni che suppliranno, in modo utilissimo per loro, agli sviluppi
che non avremo noi stessi potuto fornire. Vi sono cose che a volte è
interessante notare incidentalmente anche se non ci si può soffermare su di
esse, e noi non pensiamo che sia meglio passarle interamente sotto silenzio;
conoscendo però la mentalità di un certo pubblico, crediamo necessario
avvertire che in ciò non vi è da vedere niente di straordinario. Sappiamo
troppo bene cosa valgano i cosiddetti "misteri", di cui nella nostra
epoca si è tanto sovente abusato, i quali non sono tali se non perché coloro
che ne parlano sono i primi a non capirne niente; il vero mistero è soltanto
quello che per la sua stessa natura è inesprimibile. Non pretendiamo tuttavia
che sia sempre ugualmente bene dire in modo aperto qualsiasi verità, o che non
vi siano dei casi in cui un certo riserbo si impone per ragioni di opportunità,
o cose che sarebbe più dannoso che utile esporre pubblicamente; ma ciò avviene
soltanto in certi campi di conoscenza in fondo abbastanza ristretti, e se
d'altronde qualche volta ci capita di fare allusione a cose di questo genere2 non manchiamo mai di dichiarare formalmente di cosa si tratta, senza ricorrere
a nessuna di quelle chimeriche proibizioni che gli scrittori di certe scuole
tirano in ballo ad ogni piè sospinto, vuoi per provocare la curiosità dei loro
lettori, vuoi, più semplicemente, per dissimulare il loro imbarazzo. Simili
artifici ci sono del tutto estranei, non meno che le creazioni puramente
letterarie; il nostro proposito è soltanto di dire ciò che è, nella misura in
cui lo conosciamo e come lo conosciamo. Non possiamo dire tutto quel che
pensiamo perché ciò ci condurrebbe spesso troppo lontano dal nostro argomento,
e anche perché il pensiero va oltre i limiti dell'espressione in cui si cerca
di racchiuderlo; non diciamo però mai nient'altro che quel che realmente
pensiamo. Per questo non possiamo ammettere che le nostre intenzioni
Note
1. Le
Théosophisme, histoire d'une pseudo-religion.
2. Questo ci è accaduto effettivamente, a più riprese, nella
nostra opera su L'Erreur spirite, a proposito di certe ricerche sperimentali il
cui interesse non ci sembra compensare gli inconvenienti, ma che per scrupolo
di verità dovevamo tuttavia indicare come possibili.
Conclusione
Potremmo anche fare a meno di aggiungere, all'esposizione che precede, una conclusione che ci sembra possa desumersene abbastanza facilmente, e nella quale non potremmo far altro che ripetere, in forma più o meno riassuntiva, un certo numero delle considerazioni che abbiamo già sviluppato con insistenza sufficiente a farne comprendere tutta l'importanza. Pensiamo infatti di aver mostrato nel modo più chiaro e più esplicito quali sono i pregiudizi principali che attualmente allontanano l'Occidente dall'Oriente; questo allontanamento è dovuto al fatto che tali pregiudizi sono contrari alla vera intellettualità, che l'Oriente ha conservato integralmente, mentre l'Occidente è arrivato al punto di perderne ogni nozione, fosse pur vaga e confusa. Chi abbia capito tutto questo avrà afferrato con ciò anche il carattere "accidentale" (in tutti i diversi sensi di questa parola) della divergenza dell'Occidente nei confronti dell'Oriente; il riavvicinamento di queste due parti dell'umanità e il ritorno dell'Occidente a una civiltà normale costituiscono in fondo un'unica cosa, ed è questa la ragione principale dell'importanza di tale riavvicinamento, di cui abbiamo esaminato la possibilità per un avvenire più o meno lontano.
Per civiltà normale intendiamo una civiltà che si fondi su
dei principi nel vero senso del termine, e nella quale tutto sia ordinato e
disposto gerarchicamente in conformità con essi, in modo che ogni cosa vi
appaia come l'applicazione e il prolungamento di una dottrina puramente
intellettuale o metafisica nella sua essenza; questo è altresì il significato
di ciò che chiamiamo civiltà tradizionale. E non si creda, poi, che la
tradizione possa essere d'ostacolo al pensiero, a meno di pretendere - e ciò
noi non possiamo ammetterlo - che l'impedirgli di sviarsi significhi limitarlo;
forse che è lecito affermare che l'esclusione dell'errore costituisce una
limitazione della verità? Respingere delle impossibilità, le quali non sono che
mancanza pura, non significa affatto apportare restrizioni alla possibilità
totale e universale, necessariamente infinita; anche l'errore non è che una
negazione, una "privazione" nell'accezione aristotelica della parola;
esso non ha, in quanto errore (giacché vi si possono trovare particelle di
verità incompresa), nulla di positivo, e questa è la ragione per cui si può
escluderlo senza dar minimamente prova di mentalità sistematica. La tradizione
per contro, ammette tutti gli aspetti della verità, non opponendosi a nessun
adattamento legittimo; essa permette, a coloro che la comprendono, concezioni
ben più vaste di tutti i sogni dei filosofi che passano per i più arditi, ma
anche ben più solide e ben più reali; infine, essa apre all'intelligenza
possibilità illimitate come la stessa verità.
Tutto questo discende immediatamente dai caratteri della
conoscenza metafisica, la sola ad essere di fatto assolutamente illimitata
appunto perché ha carattere universale; e ci pare qui opportuno ritornare sulla
questione, da noi già trattata altrove, dei rapporti tra la metafisica e la
logica1. Quest'ultima, riferendosi alle condizioni proprie all'intendimento
umano, è contingente; essa ha carattere individuale e razionale, e quelli che
vengono chiamati ì suoi principi sono principi soltanto in un senso relativo;
con ciò intendiamo dire che essi, come quelli della matematica o di qualunque
altra scienza particolare, non possono essere che l'applicazione e la
specificazione dei veri principi in un campo determinato. La metafisica domina
dunque necessariamente la logica, come d'altra parte domina tutto il resto; non
riconoscere ciò significa capovolgere i rapporti gerarchici inerenti alla
natura stessa delle cose; ma per quanto evidente ciò possa sembrarci, abbiamo
dovuto constatare che si tratta invece di qualcosa che sconcerta i nostri
contemporanei. Costoro ignorano totalmente tutto ciò che abbia carattere
metafisico e "sovraindividuale"; essi non conoscono che cose
appartenenti alla sfera della ragione, ivi compresa la
"pseudo-metafisica" dei filosofi moderni; e nel campo della
razionalità la logica occupa effettivamente il primo posto, tutto il resto
essendole subordinato. La vera metafisica non può però dipendere né dalla
logica né da qualsiasi altra scienza; l'errore di coloro che pensano il
contrario proviene dal fatto che essi non concepiscono la conoscenza se non nel
campo della ragione, e non hanno il minimo sospetto di che cosa sia la
conoscenza intellettuale pura. Questo l'abbiamo già detto; e abbiamo avuto cura
di far osservare come occorra distinguere tra la concezione delle verità
metafisiche, che in se stessa sfugge a ogni limitazione individuale, e la loro
esposizione formulata, la quale, nella misura in cui è possibile, non può
esserne che una specie di traduzione in modo discorsivo e razionale; se dunque
tale esposizione assume la forma di un ragionamento e un'apparenza logica,
ovvero dialettica, il fatto è che, data la costituzione del linguaggio umano,
senza un tal procedimento non si potrebbe dire nulla; ma non si tratta che di
una forma esteriore, la quale non ha nessuna influenza sulle verità in
questione, poiché queste ultime sono essenzialmente superiori alla ragione.
D'altra parte, esistono due maniere molto diverse di
considerare la logica: c'è la maniera occidentale, che consiste nel trattarla
in modo filosofico e nello sforzarsi di ricollegarla a qualche concezione
sistematica; e c'è la maniera orientale, in cui la logica è istituita in
"scienza tradizionale" e legata ai principi metafisici, il che le
conferisce, come d'altronde ad ogni altra scienza, una portata
incomparabilmente maggiore. Certo può succedere che i risultati sembrino, in
molti casi, praticamente uguali, ma ciò non diminuisce in nulla la differenza
dei due punti di vista; tale differenza è altrettanto incontestabile quanto il
fatto che la rassomiglianza esteriore delle azioni di individui diversi non
basta da sola a dimostrare che esse sono state compiute con le stesse
intenzioni. Ed ecco in definitiva la conclusione a cui vogliamo arrivare: la
logica non è in se stessa qualcosa che presenti un carattere specificamente
"filosofico", poiché essa esiste anche là dove non si trova la
particolarissima forma di pensiero a cui questa denominazione è appropriata; se
fino a un certo punto, e sempre con la riserva di quanto contengono di
inesprimibile, le verità metafisiche possono venir rivestite di una forma
logica, la logica tradizionale, e non la logica filosofica, è atta a questo
scopo; e come potrebbe essere altrimenti dal momento che la filosofia ha
assunto un carattere tale da non poter più sussistere che a condizione di
negare la vera metafisica?
Da questa spiegazione si dovrebbe capire come noi intendiamo
la logica; se noi stessi ci serviamo di una certa dialettica, senza la quale
non ci sarebbe possibile parlare di nulla, non ci si può rimproverare ciò come
una contraddizione, giacché per noi questo non significa affatto fare della
filosofia. E d'altronde, anche quando si tratti in particolare di confutare le
concezioni dei filosofi, si può esser certi che sappiamo sempre mantenere le
distanze che le differenze dei punti di vista esigono: noi non ci poniamo sullo
stesso terreno, come fanno coloro che criticano o combattono una filosofia in
nome di un'altra filosofia; quel che diciamo lo diciamo perché le dottrine
tradizionali ci hanno permesso di comprendere l'assurdità o l'inanità di certe
teorie, e, qualunque siano le imperfezioni che inevitabilmente vi apportiamo
(le quali non devono essere imputate ad altri che a noi), il carattere di tali
dottrine è tale che ci impedisce di scendere a qualsiasi compromesso. Quel che
abbiamo in comune con i filosofi non può essere altro che la dialettica; ma
nelle nostre mani essa è solo uno strumento al servizio di principi che essi
ignorano; anche questa rassomiglianza è dunque del tutto esteriore e
superficiale, come quella che si può constatare talvolta tra i risultati della
scienza moderna e quelli delle "scienze tradizionali". A dire il
vero, non ci serviamo dei metodi propri dei filosofi neppure per quel che
riguarda la dialettica, poiché tali metodi, in ciò che hanno di valido, non
appartengono loro in proprio, ma rappresentano semplicemente qualcosa il cui
possesso è comune a tutti gli uomini, compresi quelli che sono più lontani dal
punto di vista filosofico; la logica filosofica non rappresenta che un
impoverimento della logica tradizionale, e quest'ultima le è quindi sempre
superiore.
Se insistiamo su questa distinzione che vediamo essenziale,
non è per nostra soddisfazione personale, ma perché è importante tener sempre
presente il carattere trascendente della metafisica pura, e perché tutto quel
che procede da quest'ultima, sia pure in modo secondario e in un campo
contingente, riceve come una partecipazione a tale carattere, che ne fa
qualcosa di completamente diverso dalle conoscenze semplicemente
"profane" del mondo occidentale. Ciò che caratterizza un genere di
conoscenza e lo differenzia dagli altri non è soltanto il suo oggetto, ma
soprattutto il modo in cui tale oggetto viene preso in esame; questa è la
ragione per cui problemi che per la loro natura potrebbero avere una certa
portata metafisica, la perdono completamente quando si trovano incorporati in
un sistema filosofico. Sennonché la distinzione tra metafisica e filosofia, che
pure è fondamentale e non dovrebbe mai essere dimenticata quando si voglia
capire qualcosa delle dottrine orientali (giacché senza di essa non si può
sfuggire al pericolo delle false assimilazioni), è talmente inusitata per gli
Occidentali che molti di essi non arrivano nemmeno ad afferrarla: abbiamo
infatti avuto la sorpresa di veder affermare qua e là che noi avevamo parlato
della "filosofia indù", quando al contrario ci eravamo sforzati di
chiarire che ciò che esiste in India è cosa completamente diversa dalla
filosofia!
Accadrà forse la stessa cosa per quel che stiamo dicendo a
proposito della logica, e, nonostante tutte le nostre precauzioni, non ci
stupiremmo che in certi ambienti ci si accusasse poi di far della filosofia
contro la filosofia, mentre quel che andiamo facendo è tutt'altra cosa. Se per
esempio esponessimo una teoria matematica, e se a qualcuno venisse in mente di
chiamarla "fisica", certo non potremmo impedirglielo, ma tutti coloro
che conoscono il significato delle parole saprebbero perfettamente quel che
devono pensarne; pur trattandosi in questo caso di nozioni meno correnti, le
confusioni e gli errori che cerchiamo di prevenire sono di un genere abbastanza
simile. Se qualcuno sarà tentato di formulare delle critiche basate su
confusioni del genere, lo avvertiamo che esse non hanno nessun fondamento, e se
così facendo giungessimo a risparmiargli qualche errore, ne saremmo lietissimi;
di più non possiamo fare, giacché non è nei nostri mezzi (né nei mezzi di
nessuno) dare la comprensione a chi non ne abbia le capacità in se stesso. Se
quindi, nonostante tutto, queste critiche mal fondate verranno fatte, per conto
nostro avremo il diritto di non tenerne il minimo conto; ma d'altra parte, se
ci accorgeremo di non aver ancora messo in evidenza certe distinzioni in modo
abbastanza netto, ritorneremo sull'argomento fino a quando ci parrà che
l'equivoco non sia più possibile, o, per lo meno, finché esso non possa più
venire attribuito che a cecità incurabile o a evidente malafede.
Lo stesso si dica per quanto riguarda i mezzi con i quali
l'Occidente potrà riavvicinarsi all'Oriente ritornando alla vera
intellettualità: crediamo che le considerazioni da noi esposte nel presente
studio siano atte a dissipare molte confusioni tanto a questo proposito quanto
riguardo al modo in cui consideriamo lo stato ulteriore del mondo occidentale,
quale esso sarebbe se le possibilità di cui abbiamo parlato potessero un giorno
realizzarsi. Tuttavia non possiamo evidentemente avere la pretesa di prevedere
tutti i malintesi; nel caso che se ne presenti qualcuno d'importanza veramente
reale, ci sforzeremo sempre di dissiparlo, e tanto più volentieri in quanto ciò
potrà costituire un'eccellente occasione per precisare il nostro pensiero su
taluni punti. In ogni caso, non ci lasceremo mai distrarre dalla linea che ci è
tracciata da tutto quel che abbiamo compreso grazie alle dottrine tradizionali
dell'Oriente; noi ci rivolgiamo a coloro che possono e vogliono a loro volta
comprendere, chiunque essi siano e da qualunque parte vengano, ma non a coloro
che l'ostacolo più insignificante o più illusorio basta ad arrestare, che hanno
la fobia di certe cose o di certe parole, o si sentono perduti appena
oltrepassano certi limiti convenzionali e arbitrari. Non vediamo, infatti, di
quale utilità potrebbe essere per l'éliteintellettuale la collaborazione
di queste persone dall'animo timoroso e inquieto; chi non è capace di guardare
in faccia ogni verità, chi non si sente la forza di penetrare nella
"grande solitudine", secondo l'espressione consacrata dalla
tradizione estremo-orientale (di cui l'India pure ha l'equivalente), questi non
potrebbe andar molto lontano nel lavoro metafisico di cui abbiamo parlato e da
cui tutto il resto dipende strettamente.
Si direbbe che, per qualcuno, vi sia quasi un partito preso
d'incomprensione; ma in fondo non crediamo che coloro che hanno delle
possibilità intellettuali veramente estese siano soggetti a questi vani
terrori, poiché essi sono abbastanza equilibrati da avere, quasi
istintivamente, la sicurezza che non correranno mai il rischio di cedere a nessuna
vertigine mentale; bisogna pur dire che tale sicurezza non è pienamente
giustificata finché non abbiano raggiunto un certo grado di sviluppo effettivo,
ma il solo fatto di possederla, senza neppure rendersene conto molto
chiaramente, dà già loro un notevole vantaggio. Non intendiamo parlare qui di
coloro che hanno una fiducia più o meno eccessiva in se stessi; in realtà le
persone di cui parliamo, anche se non lo sanno ancora, ripongono la loro
fiducia in qualcosa di più alto della loro individualità, poiché in qualche
modo presentono quegli stati superiori la cui conquista totale e definitiva può
essere ottenuta mediante la conoscenza metafisica pura.
Quanto agli altri, a coloro che non osano andare né troppo
in alto né troppo in basso, la causa di ciò è che non riescono a vedere oltre
certi limiti, di là dai quali non sanno nemmeno più distinguere ciò che è
superiore da ciò che è inferiore, ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è
possibile da ciò che è impossibile; immaginando che la verità possa essere
misurata col loro proprio metro e debba trovarsi a un livello medio, costoro si
trovano a loro agio nei quadri della mentalità filosofica, e quand'anche
riuscissero ad assimilare certe verità parziali non potrebbero mai servirsene
per estendere indefinitamente la propria comprensione; che ciò sia dovuto alla
loro stessa natura o soltanto all'educazione che hanno ricevuto, la limitazione
del loro "orizzonte intellettuale" è ormai irrimediabile, cosicché il
loro "partito preso", se di partito preso si può parlare, è realmente
involontario, o addirittura del tutto incosciente. Fra di essi certamente
qualcuno è vittima dell'ambiente in cui vive, e questo è il caso più
increscioso; le sue facoltà, che in una civiltà normale avrebbero potuto avere
l'occasione di svilupparsi, sono state invece atrofizzate e compresse fino
all'annichilazione; nelle condizioni attuali dell'educazione e dell'istruzione
moderna, si è portati a pensare che proprio gli ignoranti siano quelli che
hanno più probabilità di aver conservato intatte le loro possibilità
intellettuali. In confronto alle deformazioni mentali che sono la conseguenza
più abituale della falsa scienza, l'ignoranza pura e semplice ci sembra
veramente un minor male; e benché noi mettiamo la conoscenza al di sopra di
tutto, non si tratta qui di un paradosso o di una incoerenza da parte nostra,
poiché la sola conoscenza che ai nostri occhi sia veramente degna di questo
nome è totalmente diversa da quella che coltivano gli Occidentali moderni. E
non ci si venga a rimproverare, su questo o su altri punti, un atteggiamento
troppo intransigente; un tale atteggiamento ci è imposto dalla purezza della
dottrina e da quella che abbiamo chiamato "ortodossia" nel senso
intellettuale; e d'altronde, poiché è esente da ogni pregiudizio, esso non può
mai spingerci ad essere ingiusti verso alcunché. Noi ammettiamo tutta la
verità, sotto qualunque aspetto si presenti; ma non essendo né scettici né
eclettici, non possiamo ammettere nient'altro che la verità.
Sappiamo bene che il nostro punto di vista non è di quelli
da cui ci si pone abitualmente in Occidente, e che, di conseguenza, può essere
abbastanza difficile da comprendere, almeno a prima vista; ma, naturalmente,
non domandiamo a nessuno di adottarlo senza esame. Quel che ci interessa è
soltanto incitare alla riflessione coloro che di riflettere sono ancora capaci;
ognuno comprenderà quel che sarà in grado di comprendere e, per poco che sia,
sarà sempre qualcosa; d'altronde noi pensiamo che ci sarà pur qualcuno che
andrà più lontano. Tutto sommato, non c'è ragione perché non ci siano altri che
facciano quel che abbiamo fatto noi; tenuto conto dello stato attuale della
mentalità occidentale, senza dubbio non saranno che eccezioni, ma è sufficiente
che qualcuna di tali eccezioni esista, anche se il loro numero sarà piccolo,
perché le nostre previsioni siano giustificate e le possibilità che indichiamo
siano suscettibili di realizzarsi prima o poi. D'altra parte, tutto quel che
noi faremo e diremo farà sì che coloro che verranno in seguito trovino delle
facilitazioni che noi, per quel che ci riguarda, non abbiamo trovato; anche in
questo caso, come sempre, la cosa più ardua è incominciare il lavoro, e lo
sforzo da compiere è tanto più grande quanto più le condizioni sono
sfavorevoli.
Che la credenza nella "civiltà" sia più o meno
scossa in persone che fino a non molto tempo fa non avrebbero osato discuterla,
che lo "scientismo" sia attualmente in declino in certi ambienti,
tutte queste sono circostanze che possono forse aiutarci un pochino, perché
provocano una specie di incertezza la quale permette agli animi di inoltrarsi
con minor resistenza in vie differenti; ma a questo riguardo non possiamo dire
niente di più, e le nuove tendenze che abbiamo constatato finora non hanno
proprio nulla di più incoraggiante di quelle che cercano di soppiantare.
Razionalismo o intuizionismo, positivismo o pragmatismo, materialismo o
spiritualismo, "scientismo" o "moralismo", sono tutte cose
che dal nostro punto di vista si equivalgono esattamente; passando dall'una
all'altra non si guadagna nulla, e finché non ci si sarà completamente liberati
da tutto ciò, non si sarà compiuto neppure il primo passo nel dominio della
vera intellettualità. Teniamo a dichiararlo espressamente, così come teniamo a
dire, una volta di più, che qualsiasi studio delle dottrine orientali che venga
intrapreso dall'"esterno" è perfettamente inutile allo scopo che ci
proponiamo; si tratta di cose di tutt'altra portata e di ordine ben altrimenti
profondo.
Infine, faremo osservare ai nostri contraddittori che se ci
sentiamo di dare un giudizio pienamente indipendente sulle scienze e sulla
filosofia dell'Occidente, è perché siamo coscienti di non dover loro nulla; è
solo all'Oriente che siamo debitori di quel che siamo intellettualmente,
cosicché non abbiamo dietro di noi nulla che possa metterci minimamente in
imbarazzo. Se abbiamo studiato la filosofia, l'abbiamo fatto quando già le
nostre idee erano completamente centrate su tutto l'essenziale, che è
probabilmente il solo modo per non riceverne nessun influsso negativo; ciò che
abbiamo visto attraverso tale studio non ha fatto che confermare in modo
esattissimo quanto già prima pensavamo della filosofia. Sapevamo che non c'era
da aspettarsene nessun beneficio intellettuale; ed infatti il solo vantaggio
che ne traemmo fu di capire meglio le precauzioni necessarie per evitare le
confusioni e gli inconvenienti che possono sorgere se si usano certi termini, i
quali rischiano di far nascere equivoci. Si tratta di cose dalle quali talvolta
gli Orientali non si guardano abbastanza; e in questo campo nascono numerose
difficoltà di espressione che non avremmo sospettato, prima di aver avuto
occasione di esaminare da vicino il linguaggio speciale della filosofia
moderna, con tutte le sue incoerenze e sottigliezze inutili. Ma ciò rappresenta
un vantaggio soltanto ai fini dell'esposizione, nel senso che, pur obbligandoci
ad introdurre complicazioni che non hanno nulla di essenziale, ci permette di
prevenire numerosi errori di interpretazione che troppo facilmente
commetterebbero coloro che sono abituati esclusivamente alle forme del pensiero
occidentale; per noi personalmente non è per nulla un vantaggio, giacché non ci
procura nessuna conoscenza reale. Queste cose le diciamo non per costituirci ad
esempio, ma per portare una testimonianza di cui, per lo meno, anche coloro che
non condividessero il nostro modo di vedere non potranno sospettare la
sincerità; se insistiamo in modo particolare sulla nostra assoluta indipendenza
nei riguardi di tutto ciò che è occidentale, lo facciamo soltanto perché questo
può anche contribuire a far capire meglio le nostre vere intenzioni. Pensiamo
di avere il diritto di denunciare l'errore dovunque si trovi, tutte le volte
che riteniamo opportuno farlo; esistono però delle questioni dalle quali a
tutti i costi vogliamo rimanere estranei, e pensiamo di non doverci schierare
per l'una o per l'altra concezione occidentale; siamo pronti a riconoscere
imparzialmente ciò che si può trovare di interessante in talune di esse, ma non
vi abbiamo mai trovato nient'altro e niente di più di una piccolissima parte di
quel che già conoscevamo per averlo trovato altrove, e, quando le stesse cose
sono prese in considerazione in modi diversi, il confronto non è mai stato
vantaggioso per le prospettive occidentali. è soltanto dopo aver lungamente
riflettuto che ci siamo decisi ad esporre considerazioni come quelle che
costituiscono l'oggetto del presente studio, ed abbiamo spiegato perché ci sia
parso necessario farlo prima di sviluppare concezioni di carattere più
propriamente dottrinale: l'interesse di queste ultime potrà così apparire a
persone che, altrimenti, non essendo preparate a tali concezioni, non vi
presterebbero sufficiente attenzione, e che invece possono essere perfettamente
in grado di capirle.
Da un riavvicinamento con l'Oriente, l'Occidente ha tutto da
guadagnare; se in ciò anche l'Oriente può avere qualche interesse, non si
tratta certo di un interesse dello stesso ordine, né di una importanza
paragonabile, e, in ogni caso, certamente esso non è tale da giustificare la
benché minima concessione riguardo alle cose essenziali; del resto, non c'è
nulla che possa prevalere sui diritti della verità. Mostrare all'Occidente i
suoi difetti, i suoi errori e le sue insufficienze non significa affatto dar
prova di ostilità nel suoi riguardi, al contrario, dal momento che anzi è
l'unico modo di rimediare al male di cui soffre e di cui può morire, se non si
riprende in tempo. Indubbiamente il compito è arduo e non privo di contrarietà;
ma ciò poco importa quando si è convinti della sua necessità; tutto quel che ci
auguriamo è che ci sia qualcuno che comprenda tale necessità. E poi, quando la
si abbia veramente compresa, non ci si può fermare a questo punto, così come
quando vengono assimilate certe verità non si può più perderle di vista né
rifiutare di accettarne tutte le conseguenze; esistono degli obblighi inerenti
a ogni vera conoscenza, in confronto ai quali tutti gli "impegni"
esteriori appaiono vani e ridicoli; tali obblighi, proprio perché puramente
interiori, sono gli unici che non si possono eludere. Quando si ha dalla
propria parte la potenza della verità, quand'anche non si possieda nient'altro
di fronte agli ostacoli più temibili, non si può cedere allo scoraggiamento,
perché questa potenza è tale che nulla riuscirà infine a prevalere contro di
essa; soli possono dubitarne coloro che non sanno che tutti gli squilibri
parziali e transitori devono necessariamente concorrere al grande equilibrio
totale dell'Universo.
Note
1. Introduzione generale allo studio delle dottrine
indù, parte 2a, cap. VIII.
Aggiunta (1948)
Crediamo che nessuno possa contestare che dal giorno in cui
questo libro fu scritto1 la situazione è più che mai
peggiorata, non soltanto in Occidente ma in tutto il mondo, sola cosa da
attendersi quando non si fosse verificato un ristabilimento dell'ordine nel
senso da noi indicato; d'altra parte, ed è pressoché superfluo dirlo, non ci
siamo mai aspettati che tale ristabilimento dell'ordine potesse effettuarsi in
così breve tempo. Bisogna tuttavia dire che il disordine è andato aggravandosi
in modo ancora più rapido di quanto si sarebbe potuto prevedere, e di ciò
bisogna tener conto, anche se non influisce per nulla sulle conclusioni da noi
formulate.
In Occidente, il disordine in tutti i campi è diventato così
evidente, che sempre più numerosi sono coloro che cominciano a mettere in
dubbio il valore della civiltà moderna. Ma, benché si tratti di un segno in un
certo qual modo favorevole, il risultato ottenuto non rimane con ciò meno
puramente negativo; molti emettono eccellenti critiche sul presente stato di
cose, ma non sanno praticamente quale rimedio porvi, e di quel che suggeriscono
nulla va oltre il livello delle contingenze, per cui tutto ciò rimane manifestamente
privo di ogni efficacia. Da parte nostra non possiamo se non ripetere che
l'unico vero rimedio consiste in una restaurazione dell'intellettualità pura;
purtroppo da questo punto di vista le probabilità di una reazione che provenga
dall'Occidente in quanto tale sembrano diminuire ogni giorno di più, giacché
quel che di tradizionale rimane in Occidente è sempre più contaminato dalla
mentalità moderna, e di conseguenza sempre meno atto a costituire un solido
fondamento per una tale restaurazione; cosicché, senza escludere nessuna delle
possibilità che ancora possono esistere, pare più che mai verosimile che
l'Oriente debba intervenire più o meno direttamente, nel modo da noi esposto,
se un giorno o l'altro questa restaurazione dovrà realizzarsi.
D'altra parte, per quanto riguarda l'Oriente, dobbiamo
convenire che i danni causati dalla modernizzazione sono andati
considerevolmente aumentando, almeno dal punto dì vista esteriore; nelle
regioni che più a lungo vi avevano resistito, il cambiamento sembra ormai
effettuarsi a ritmo accelerato; l'India stessa ne è un esempio caratteristico.
Tuttavia nulla di tutto ciò ha ancora raggiunto il cuore della Tradizione: dal
nostro punto di vista, questa è la sola cosa che importi, e sarebbe senza
dubbio errato attribuire un'importanza eccessiva ad apparenze che possono
essere soltanto transitorie; ad ogni modo, è sufficiente che il punto di vista
tradizionale, con tutto ciò che esso comporta, sia integralmente preservato in
Oriente in qualche luogo inaccessibile all'agitazione della nostra epoca. E
inoltre non bisogna dimenticare come in realtà tutto quel che è moderno, anche
in Oriente, non sia che il segno dell'invadenza della mentalità occidentale;
l'Oriente vero, l'unico che meriti realmente tale nome, è e sarà sempre
l'Oriente tradizionale, quand'anche i suoi rappresentati siano ridotti a non
essere più che una minoranza, ciò che attualmente è ancora ben lungi dall'esser
vero. è di questo Oriente che noi intendiamo parlare, così come, parlando
dell'Occidente, ci riferiamo alla mentalità occidentale, e cioè alla mentalità
moderna e antitradizionale, in qualunque luogo si possa trovare: di fatto,
quella che prendiamo in considerazione è prima di tutto l'opposizione di questi
due punti di vista, e non semplicemente quella di due termini geografici.
Approfitteremo infine di quest'occasione per aggiungere che
siamo più che mai inclini a considerare lo spirito tradizionale, in quanto
ancora vivente, come rimasto intatto unicamente nelle sue forme orientali. Se
l'Occidente possiede ancora in se stesso i mezzi per ritornare alla propria
tradizione e restaurarla pienamente, sta ad esso provarlo. Nell'attesa, siamo
obbligati a dichiarare che finora non abbiamo rilevato il minimo indizio che ci
autorizzi a supporre che l'Occidente, abbandonato a se stesso, sia realmente in
grado di portare a termine questo compito, qualunque sia la forza con cui
s'imponga ad esso l'idea della sua necessità.
Note
1. 1924